Bei tem(p)i quelli del liceo

I regolamenti delle tesi di laurea delle università italiane sono inadeguati: troppi limiti, troppa poca libertà.


Bei temi, ma anche bei tempi, quelli del liceo, quelli in cui la creatività degli studenti viene stimolata e premiata, non sminuita. Non avrei mai immaginato di dirlo. Le modalità di verifica adottate al liceo sono di gran lunga più stimolanti rispetto alla maggior parte degli esami universitari. Nemmeno la tesi di laurea si salva da questa mediocrità. Parlo ovviamente per esperienza personale (mi sto laureando in scienze psicosociali della comunicazione) che, come tale, è del tutto soggettiva. Eppure sono sicuro che, riflettendoci, non sono l’unico ad essere arrivato a queste conclusioni.

Esami fra crocette e risposte chiuse

Le verifiche con domande a risposta aperta, le analisi del testo, i saggi brevi e i temi, che ai tempi del liceo svolgevamo con indolenza, favorivano, a ben vedere, la riflessione critica, la creazione di collegamenti interdisciplinari o all’interno della stessa materia, la ricerca di soluzioni insolite. La creatività, spesso, veniva premiata. Ricordo quasi con un po’ di malinconia quei tempi in cui non vedevo l’ora di finire i cinque anni e iniziare l’università. Forse non immaginavo di dover dare quasi esclusivamente dei noiosi esami a crocette o a risposte chiuse. Forse lo immaginavo, ci speravo ed in fondo ero contento di dover dare delle risposte oggettive, di dover solo ricercare quella giusta fra le tante nozioni apprese, senza fare grandi sforzi cognitivi.

Certo, bisogna dirlo, queste modalità sono sicuramente più pratiche e più veloci sia per gli studenti che per i professori. Non si può pretendere che un professore universitario corregga talvolta anche centinaia di lunghi elaborati in due settimane, quando quelli del liceo a volte ci mettevano anche un mese per venticinque verifiche. Proprio per questo la tesi di laurea è fondamentale. Non solo è il coronamento di un percorso di maturazione accademica e personale di tre o cinque anni. È anche pressoché l’unico momento in cui uno studente può finalmente fare qualcosa di suo, che prescinda dalle rigide richieste di un professore, e che lo appassioni a tal punto da lavorarci un’infinità di ore senza che queste gli pesino particolarmente. È il momento in cui lo studente può finalmente sbocciare, prendere il volo, grazie alle solide basi costruite in tre anni di studio.

La tesi: troppi limiti

Invece troppo spesso, soprattutto in triennale, la tesi viene sminuita (la mia ad esempio vale solo quattro crediti, la metà di un esame). I limiti imposti sono troppi: di forma, di lunghezza (per la mia erano 75 mila caratteri, praticamente venticinque pagine), addirittura di layout, come se cambiasse qualcosa a qualcuno se viene utilizzata un’interlinea, un rientro, una spaziatura diversi da quelli indicati. Il titolo poi viene spesso dato dal relatore e prende la forma di un classico titolo di un articolo scientifico: lunghissimo e poco accattivante.

Spesso questi limiti trovano in disaccordo anche i relatori, almeno quelli dall’orientamento più umanistico, come il professore con cui ho avuto la fortuna di lavorare io. Questi si ritrovano a dover far rispettare a malincuore le rigide indicazioni fornite dal dipartimento. Di conseguenza a leggere delle relazioni finali impersonali, noiose, scritte con la passione di chi vuole togliersi un dente, come se si trattasse di un normalissimo esame, o meglio, scritte con indolenza, la stessa del liceo e la stessa con cui si affronta l’esame più pesante, meno piacevole, quello per cui si accetterebbe qualsiasi voto pur di toglierselo dal piano di studi, anche perché poi, in termini di cfu, vale quanto gli altri, se non di meno.

Più libertà e creatività

La tesi di laurea, a mio avviso, dovrebbe essere frutto di una piacevole ricerca, anche sudata, estremamente personale, senza particolari limiti di forma, formati, layout e lunghezza. Certo, non si può costringere un relatore a correggere una tesi di mille pagine. Non sarebbe però più stimolante per entrambe le parti in causa se si togliessero tutte queste inutili, stressanti e svilenti limitazioni? Non sarebbe più stimolante, sia per gli studenti che per i professori, se come elaborato finale si potesse consegnare una novella, o un romanzo, o un dialogo o qualunque cosa ci si senta di scrivere purché derivi da una profonda e rigorosa ricerca personale?

Ora mi si potrebbe ricordare che la tesi di laurea deve essere frutto di una ricerca scientifica che segua i canoni della comunità scientifica e che il miglior, se non l’unico mezzo per esprimerla è l’articolo di stampo scientifico. Punto. Prendiamo però come esempio una tesi di laurea in storia sugli usi e costumi della società padana di metà Ottocento. Deve per forza prendere una forma predefinita? Perché non può prendere quella, ad esempio di un racconto immaginario, ambientato con rigore e con precisi riferimenti in quella determinata epoca storica?

Non può, ad esempio, La Coscienza di Zeno di Italo Svevo essere una tesi di psicologia sulla pratica della psicanalisi a cavallo fra Ottocento e Novecento? Non c’è forse un’attenta e rigorosa ricerca dietro? E perché quell’enorme raccolta di saggi, studi, romanzi e novelle che è la Comédie Humaine di Balzac non potrebbe essere una tesi di laurea in sociologia sulla società francese della prima metà dell’Ottocento?

Oltre i limiti di forma e mezzo

Infine, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione oggi, proprio non vedo un valido motivo per cui una tesi di laurea debba essere obbligatoriamente consegnata in forma scritta. Uno studente potrebbe desiderare realizzare un documentario, un cortometraggio, un film, o, nel caso di scienze della comunicazione, perché no, una pubblicità. Perché la serie tv I Tudor non può essere una tesi di laurea in storia sulla società inglese ai tempi di Enrico VIII?

Spingiamoci ancora più in là. Uno studente appassionato d’arte e molto abile a disegnare potrebbe desiderare di consegnare una pittura ad olio come tesi di laurea. Una natura morta potrebbe ad esempio essere una tesi di laurea in botanica. Non c’è forse dietro uno studio meticoloso? Il quarto stato di Pellizza da Volpedo potrebbe invece essere una tesi di laurea in scienze politiche sulla nascita e presa di coscienza della classe operaia italiana di fine Ottocento. Non ditemi che Pellizza da Volpedo non abbia condotto delle lunghe e rigorose ricerche prima di giungere alla versione definitiva del quadro.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato.
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, 1901, olio su tela, 293 X 545 cm. Milano, Museo del Novecento. Fonte: analisidellopera.it

Forse le opere che ho provocatoriamente citato si addicono più ad una tesi di laurea magistrale. In alcuni casi, come per Balzac, si tratta del lavoro di una vita che non si può paragonare ad un elaborato finale che è al massimo il frutto del lavoro di un anno. Però una via di mezzo la si potrebbe trovare, anche affidandosi al buon senso dello studente. La tesi di laurea dovrebbe rappresentare il completamento di un lungo percorso di vita e di studi, l’effettiva maturazione di un ragazzo. Perché quest’ultima avvenga nel miglior modo possibile, è fondamentale che ci sia libertà, non limitazioni.


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