Fosco 17 e i Dodici mesi più importanti della sua carriera

Cresciuto in un contesto necessariamente indie, Fosco17 si allontana leggermente dai dogmi del genere, lasciandosi sedurre dai ritmi dell' r&b, in direzione di quello che lui stesso definisce un pop sintetico. Il 2019 è l'anno della svolta: a febbraio partecipa a Sanremo Giovani, a marzo pubblica l'EP Prima Stagione e venerdì 8 novembre uscirà il suo primo album, Dodici mesi, da cui è estratto il singolo Una canzone da falò.


Luca Jacoboni, in arte Fosco17, nasce a Bologna nel 1995. Dopo una breve carriera da frontman, decide di intraprendere la via del cantautore. Cresciuto in un contesto necessariamente indie, Fosco17 si allontana leggermente dai dogmi del genere, lasciandosi sedurre dai ritmi dell’r&b, in direzione di quello che lui stesso definisce un pop sintetico. Il 2019 è l’anno della svolta: a febbraio partecipa a Sanremo Giovani, a marzo pubblica l’EP Prima Stagione e venerdì 8 novembre uscirà il suo primo album, Dodici mesi, da cui è estratto il singolo Una canzone da falò. A fine novembre partirà anche il tour.

Innanzitutto vorrei che ci spiegassi qual è il significato del tuo nome d’arte.

In realtà non ha un significato. È il nome del figlio di mio cugino, che si chiama Felipe Fosco. Poi ho voluto darmi un cognome e visto che il 17 porta fortuna, ho scelto questo numero.

Il tuo nuovo album uscirà l’8 novembre, di che cosa parla?

Il disco si chiama Dodici mesi per una serie di motivi più o meno nobili. Innanzitutto perché ha dodici canzoni e poi anche perché rappresenta un percorso, una crescita, musicale e non. È un racconto a puntate sostanzialmente. Purtroppo non sono un rapper e quindi sono abbastanza povero di tematiche, nel senso che le canzoni scritte sono tutte basate su un’urgenza istantanea. Spesso finisco per raccontare una storia d’amore, normalmente molto clichética ma erano delle regole di un gioco a cui volevo giocare. L’amore, però, in realtà è un pretesto per parlare di tutt’altro.

Che relazione ha con l’EP Prima stagione?

Dodici mesi sono composti da quattro stagioni e la Prima Stagione era un assaggio di ciò che avremmo poi fatto successivamente.

C’è una canzone che preferisci particolarmente rispetto alle altre?

Col tempo si impara ad odiarle un po’ tutte. La mia canzone preferita è l’ultima che ho scritto e così sarà finché ne scriverò un’altra. Per questo motivo la mia preferita è Non è la luce, il primo singolo che estrarremo dal disco, che ha anche un pregiatissimo feat con Bobby Wanna, un mio amico rapper, molto talentuoso, anche lui di Bologna.

Nella tua presentazione su Spotify scrivi: Fosco 17 è pop sintetico, si allontana dai dogmi dell’indie italiano crescendo sotto un non troppo velato astro pop, capace sì di farti ballare, sì di farti commuovere, ma soprattutto di farti cantare. Il tuo ultimo singolo, Una canzone da falò, che farà parte del nuovo album, è da considerare come un manifesto del tuo modo di fare musica?

Lo è e non lo è. Effettivamente è importante perché rappresenta uno dei miei modi di esprimermi, ovvero una tragicomica melanconia che ironicamente sfocia in un tormentone poco raffinato ecco, però che magari cela qualcosa di più interessante dietro. Almeno questa è l’intenzione. Però in realtà il disco è abbastanza vario devo dire: ci sono momenti un po’ più introspettivi, personali, riflessivi e momenti un po’ più divertenti in cui mi prendo meno sul serio.

Quindi in questo momento ti senti più pop o più indie?

L’indie, come in realtà il pop, non è un genere definito musicalmente. Quindi non sono nessuno delle due. Musicalmente credo che il termine più giusto sia r&b, che è lo stile musicale che si avvicina maggiormente. Tra indie e pop direi pop.

Che cosa ti ha dato in più la partecipazione a Sanremo Giovani? C’è qualcosa di questa esperienza nel nuovo album?

Non c’è quasi nulla per il semplice fatto che era già stato scritto prima di partecipare al festival, quindi non posso dire che abbia avuto riflessi sulle canzoni che sentirete. In realtà, per quanto riguarda la musica, non è stata un’esperienza particolarmente incisiva. Chiaramente umanamente ti fa crescere, ti fa imparare delle cose, del resto come tutte le esperienze, niente di più e niente di meno.

Finora nei tuoi testi parli di sempre di una ragazza. Si tratta di qualcuno in particolare?

Dipende. A volte sono autobiografico e altre volte no. Mi piace raccontare le storie in generale, quindi se non è la mia che devo raccontare, allora racconto quelle degli altri.

Mi viene in mente ad esempio Diego Armando Maradona: ci sono dei riferimenti che sembrano piuttosto specifici…

Sì, in questo caso racconto la storia di un mio amico che è stato in Erasmus in Argentina e ha incontrato questa ragazza. La prossima sarà su un nostro amico che invece l’ha trovato in Vietnam l’amore.

Sei di Bologna, una città che ha una grandissima storia musicalmente parlando, anche molto varia, che spazia da Lucio Dalla a Inoki, per intenderci. Cosa c’è della tua città nei tuoi pezzi?

Ovviamente direttamente nulla e indirettamente tutto. È il luogo dove sono cresciuto e chiaramente il sottosuolo, l’humus culturale e musicale di Bologna in qualche modo ha determinato il mio percorso. Sono cresciuto lì, andavo ai concerti lì, con gli amici che organizzavano o che suonavano a quei concerti. In realtà sono stato influenzato, soprattutto da piccolo, più da cantanti semisconosciuti che da quelli famosi.

Qual è l’artista bolognese a cui ti ispiri o che secondo te ti assomiglia particolarmente?

Direi Cesare Cremonini.

Ringraziamo Fosco 17 per la disponibilità, di seguito alcuni link utili.


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