Intervista | Francesco Broccolo: il punto sul Coronavirus

Il virologo Francesco Broccolo ha risposto alle nostre domande sul Coronavirus e sulla sua diffusione in Italia


Coronavirus

Francesco Broccolo è un virologo, ricercatore e professore associato in Microbiologia clinica presso il corso di laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi di Milano-Bicocca.

Con il Dottor Broccolo abbiamo avuto la possibilità di parlare del Coronavirus 2019 e dei numerosi aspetti legati alla sua diffusione in Italia. Ecco di seguito che cosa ci ha spiegato.

Iniziamo con una domanda più generale, dal punto di vista scientifico che cosa è un virus e che tipo di virus è il COVID-19?

Dal punto di vista genetico, un virus è un parassita intracellulare obbligato ovvero ha bisogno di una cellula ospite per potersi replicare. Il coronavirus è un virus ad RNA cioè possiede un genoma ad RNA a filamento positivo e in quanto tale, come tutti i virus ad RNA, va incontro ad un maggior numero di mutazioni rispetto ai virus a DNA, matematicamente durante la replicazione (n.d.r produzione di due molecole identiche di RNA) fa un errore ogni 10 ^ 4 nucleotidi inseriti. Tuttavia, questo Coronavirus. che è molto simile al virus della SARS, possiede un’attività di correzione di bozze con cui è in grado di sostituire i nucleotidi inseriti erroneamente e quindi presumibilmente fa meno errori rispetto al virus dell’influenza o a quello dell’HIV che mutano, invece, più frequentemente. Questo ha delle importanti implicazioni ad esempio sulla protezione anticorpale da parte degli anticorpi neutralizzanti alla fine dell’infezione nel senso che coloro che sono guariti possiedono gli anticorpi contro questo Coronavirus.

Parlando delle differenze che ci sono tra questo tipo di virus e quello dell’influenza, oltre al fatto che il coronavirus muta meno, il virus influenzale è una variante di quello dell’anno precedente, quindi ognuno ha un certo grado di immunità, questo virus è nuovo quindi nessuno ha anticorpi giusto?

Si per il virus dell’influenza ci può essere una crossreattività che per il coronavirus invece non c’è perché è un virus completamente nuovo. Nuovo perché, sebbene appartenga alla famiglia dei coronavirus come il virus della SARS, a seguito del salto di specie dall’animale all’uomo le proteine Spike, ovvero i recettori del virus, non vengono riconosciute dal nostro sistema immunitario.

Cosa ci può dire riguardo alla letalità del virus?

Riguardo alla letalità in generale possiamo dire che il calcolo che viene fatto nel bel mezzo di un’epidemia è un calcolo molto teorico. Ad esempio per il virus della SARS durante l’epidemia avevamo stimato che la letalità fosse del 4,5%. Al termine dell’epidemia questo valore è stato ricalcolato esattamente e si è visto che era del 9,6% quindi in genere la letalità viene sottostimata durante l’epidemia. Per il Coronavirus stiamo osservando che la letalità cambia un po’ da paese a paese, che a livello mondiale è del 2,6% e i dati in questo momento in Italia si aggirano intorno al 3% di letalità, facendo il calcolo del numero dei decessi sul numero degli infetti totali.

Secondo lei come mai gli esperti danno opinioni così contrastanti sia riguardo alle misure da attuare per contenere il contagio sia riguardo all’effettiva pericolosità di questo virus?

I motivi possono essere diversi. Un motivo può essere che vengono consultati medici appartenenti a diverse discipline, per esempio io sono un virologo, altri sono epidemiologi, altri ancora sono esperti in igiene e sanità pubblica e altri sono pediatri o medici di medicina generale e quindi il problema viene visto in modo diverso da persone che hanno competenze diverse. Poi c’è da dire che gli aspetti scientifici vengono poi filtrati dai politici che devono fare un’analisi dei costi e benefici. Però parlando solo di scienza il problema è che ci sono competenze differenti ed essendo un virus nuovo è evidente che ci sono opinioni anche contrastanti nel come affrontarlo. Ad esempio la gestione delle mascherine trova anche noi medici in disaccordo per il semplice motivo che sappiamo benissimo che una mascherina di quelle che tipicamente troviamo in farmacia non è assolutamente sufficiente per la protezione dal virus perché il virus passa tranquillamente attraverso la mascherina. Però dobbiamo contestualizzare poi questo aspetto al fatto che il Coronavirus è attivo all’interno della gocciolina di saliva e la gocciolina di saliva invece è abbastanza grande da essere  bloccata dalla mascherina. Quindi il problema va sempre contestualizzato.

L’aumento dei contagi in Italia a cosa è dovuto? In parte anche all’elevato numero di tamponi eseguiti?

Si soprattutto all’elevato numero di tamponi che sono stati fatti. Cercando il virus è evidente che lo troviamo anche negli asintomatici, qualche giorno fa avevo detto che se lo cercassimo nei bambini lo troveremmo anche lì e notizia subito successiva è stata quella del contagio anche di alcuni bambini quasi asintomatici o comunque con una febbriciattola. Quindi sicuramente cercandolo si trova, ma c’era già giorni prima del focolaio del Lodigiano che è stato senza dubbio solo la punta dell’iceberg. Però devo dire che aver cercato il Coronavirus e continuare a cercarlo è sicuramente positivo perché ci serve per individuare, nei focolai di infezione, i pazienti realmente contagiati altrimenti gli ospedali e i pronto soccorsi sarebbero intasati se mettessimo le persone in quarantena solo in base ai sintomi. I tamponi ci servono poi anche per avere una conoscenza epidemiologica a livello nazionale: l’Italia potrà dire che durante la massima incidenza del virus, cioè in questo momento, tra i pazienti con sintomi simili al raffreddore il 5% ha il virus Coronavirus. Da qui possiamo quindi tracciare una trend line ovvero una linea di allarme o di soglia da cui sappiamo che tra l’1 e il 5% siamo nel mezzo di una quasi epidemia e questo dato ci servirà anche per il futuro.

Notizia di qualche giorno fa è che Moderna, una società biotech statunitense, ha dichiarato di avere un vaccino pronto per la sperimentazione sull’uomo. Come si sta muovendo la ricerca?

Di vaccini ne stanno facendo di varie tipologie in diverse parti del mondo e questo è positivo perché si potrà capire quale è più efficace utilizzando varie strategie. Di certo tutti dovranno superare, prima di essere utilizzati sulla popolazione, i vari trials clinici di fase 1, 2 e 3 che sono indispensabili per la biosicurezza del vaccino stesso e quindi dovremo aspettare almeno un anno per avere un vaccino commercialmente disponibile.

È vero che il Coronavirus potrebbe scomparire nei mesi estivi e poi ricomparire in autunno/inverno?

Sicuramente il clima caldo e umido non piace a questo virus, però non possiamo dire che questa sia una variabile sufficiente per estirparlo. Il clima più caldo resta certamente un aiuto per noi e un aspetto negativo per il virus. Se come pensiamo il virus muta poco, l’altro aspetto da verificare è l’ipotesi che gli anticorpi che i soggetti infetti produrranno, i così detti anticorpi neutralizzanti, li proteggeranno o meno per la stagione successiva. Il terzo aspetto è che il Coronavirus sembra dare un’infezione acuta e non persistente quindi i soggetti guariti sono veramente guariti nel senso che non hanno più virus, si ha una clearance virale completa. Tutti questi tre fattori che abbiamo detto ci fanno pensare e sperare che il virus venga eradicato e che quindi come la SARS vada poi a scomparire.

Quali sono le sue previsioni, se si possono fare, su come si diffonderà il contagio nelle prossime settimane?

In questi giorni vediamo che la curva che rappresenta il numero dei contagi sta ancora aumentando, imparando da ciò che è successo a Wuhan abbiamo visto che, nonostante le loro misure di sicurezza che sono state addirittura più drastiche delle nostre, ci è voluta molto di più di una settimana affinché i contagi si stabilizzassero e affinché il numero dei guariti fosse superiore al numero dei contagiati. Mi aspetto che con queste misure che stiamo prendendo la curva nella prossima settimana possa iniziare un po’ a piegare ma i casi sicuramente non si stabilizzeranno così in fretta.

Per ora il virus viene definito epidemia, quante sono le probabilità che diventi una pandemia?

Qualche esperto dice non siamo ancora in epidemia, qualcuno dice che siamo già in pandemia, tutto dipende dal significato che si dà alle parole. Possiamo dire che, se utilizziamo il termine in senso stretto, questo virus è già un’epidemia. Qualora diventasse anche una pandemia non necessariamente significherebbe morte, ma solamente maggior diffusione del contagio in tutti i paesi del mondo. Quello che interessa a noi è mantenere al minimo la letalità e questo devo dire che si sta attuando anche attraverso l’utilizzo dei così detti antivirali off-label cioè utilizzati per altri virus, nel caso specifico per HIV e per ebola e anche la clorochina per la malaria. Questi antivirali sono stati utilizzati anche allo Spallanzani per curare i due cinesi che sono poi guariti e quindi stanno dando dei risultati positivi. Altra cosa importante è avere i reparti di terapia intensiva ben organizzati in quanto possono fornire ai pazienti sia la ventilazione che questo sistema di ossigenazione del sangue che si chiama ECMO e aiuta il paziente nel momento di stress respiratorio determinato da una forte dispnea causata a sua volta da liquido che si accumula negli spazi interstiziali dei polmoni.

Ringraziamo il Dottor Broccolo per la disponibilità, di seguito alcuni link utili:


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