Il politically correct serve davvero?


Politically correct

Il politically correct è, forse, una delle principali fonti di dibattito su Internet. Non voglio fare un articolo imparziale perché credo che, su questo argomento, sia necessario dare un’opinione sincera, e io mi schiero volentieri tra chi è parzialmente contrario a questa pratica. Ma andiamo con ordine e cerchiamo insieme di analizzare cos’è questo fenomeno e perché sta diventando un problema.

Ci tengo a precisare che quanto segue non è legato ad una particolare ideologia politica ma, al contrario, è frutto di semplici ragionamenti maturati dopo aver letto diverso materiale sull’argomento. E, per la cronaca, non utilizzerò l’asterisco alla fine delle parole per agevolare la lettura dell’articolo da parte di tutt*.

Definizione

L’espressione correttezza politica designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone. Questa è la definizione data da Wikipedia e, sulla carta, sembra effettivamente il modo migliore di interfacciarsi con le altre persone, così da non mancare di rispetto a nessuno.

Tutta la polemica sul politicamente corretto nasce in seno ad una raffica di censure verso opere di carattere popolare che, da sempre, hanno accompagnato intere generazioni. Colazione da Tiffany, Una poltrona per due, Via Col Vento, l’Odissea. Sono solo alcune delle tantissime opere sotto la lente dei correttisti (neologismo appena inventato), pronti a tutto per difendere le menti dei giovani ed evitare che vengano plagiate.

Già qui mi verrebbe da obiettare in merito al fatto che, teoricamente, ciascuno dovrebbe sviluppare un proprio spirito critico. Vedere opere culturalmente e storicamente molto lontane da noi non può che farci bene, perchè il senso di “sbagliato” dovrebbe farsi sentire forte come un pugno allo stomaco, facendoci capire quali aspetti della storia non si dovrebbero mai ripetere.

Prendendo in prestito le parole di Sant’Agostino: “Qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, è sempre posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo.”

Una delle scene incriminate di “Via col Vento”.

Censura del linguaggio

La censura è, per definizione, l’opposto della satira. Censurare vuol dire togliere dei pezzi di storia e cultura dal vocabolario poichè, per qualcuno, ritenuti fuori luogo o non adatti alla vita comune.

E sapete chi vieta parole al giorno d’oggi? Gli Stati Uniti.

Ma la censura statunitense non è di parole offensive, no, parole normali. In questo articolo del 2012 il giornale La Repubblica evidenzia come alcuni termini siano stati proibiti dai testi scolastici, come ad esempio dinosauro. Ma perché, vi chiederete voi.

Spero che nessuno si offenda…

Dino rimanda all’idea di evoluzione, e parlare di evoluzione offende i creazionisti. Compleanno è offensivo per i testimoni di Geova che non lo festeggiano. Lo stesso vale per parole come schiavitù, povertà, divorzio ed extraterrestre. A onor del vero, devo dire che non ho trovato notizie successive al 2014 relative a questo tipo di censura e non so se sia un qualcosa di ancora in atto, ma solo il fatto che qualcuno abbia potuto pensare a queste problematiche credo ci debba far seriamente preoccupare.

E comunque, vi invito a ragionare sul fatto che non si possa dire dinosauro ma comprare una pistola e portarla tranquillamente a scuola sì.

Questione di sensibilità?

La sensibilità ci dovrebbe permette di capire quando qualcuno scherza per offendere o scherza per sdrammatizzare una particolare situazione. Vi consiglio in questo senso di studiare la figura di Bebe Vio che, nonostante evidenti disabilità (si può dire?) è capace di riderci sopra e di naturalizzare la cosa. Perché cercare parole politically correct per descrivere chiunque non favorisce necessariamente l’integrazione ma può portare ad un effetto opposto. Se non credete a me, ascoltate le sue stesse parole in merito alle domande che le fanno solitamente i giornalisti.

Prove scientifiche hanno anche dimostrato che apprezzare il black humor, l’umorismo più scorretto per definizione, non solo è sintomo di bassa aggressività, ma anche di maggiore istruzione. Lo studio è stato condotto dalla Medical University di Vienna e, cliccando qui, potrete leggere un resoconto più approfondito di quanto è stato fatto.

Questo vuol dire che chi apprezza un umorismo più scorretto o una satira più pungente non è cattivo ne tanto meno ignorante. Forse possiamo parlare di una diversa sensibilità, ma non per questo è necessario impedire che queste persone esprimano le loro idee liberamente.

Fiocchi di neve

Sul web i giovani si sono guadagnati l’appellativo snowflakes generation, ovvero generazione fiocchi di neve, per via della nostra delicatezza e fragilità sentimentale. Questo denota come i giovani d’oggi si vogliano sentire unici, speciali e, soprattutto, liberi da ogni forma di giudizio o critica esterna.

Ricordiamo poi che il confine tra umorismo e insulto è spesso labile e, quindi, molte volte l’insulto è solo nelle orecchie di chi ascolta. Forse, e dico forse, l’essere così permalosi e pronti ad offendersi per ogni cosa è soltanto perché si soffre di vittimismo e si è convinti che tutto il mondo ce l’abbia con noi.

Non voglio fare un discorso da nonno e dire che i social network sono il male perché mettono nella testa dei ragazzi ideologie sbagliate, però in fondo sì. Perché essere politically correct è diventato per molte persone una moda, un modo come un altro per sentirsi parte di una comunità o di un gruppo di amici. Poi fa niente se fuori dai social si parla alle spalle dei propri amici, perché la cosa importante è mostrare un comportamento impeccabile sul web.

Charlie Hebdo

Tutti ci ricordiamo chiaramente cos’è successo il 7 gennaio 2015 alla sede di Charlie Hebdo. In seguito ad una vignetta su Maometto ritenuta offensiva, un attacco terroristico alla sede parigina del giornale ha causato 12 vittime, indignando giustamente buona parte dell’opinione pubblica internazionale.

Ricordiamo come, nei mesi successivi, il web sia giustamente stato invaso dall’hashtag #jesuischarlie, io sono Charlie. Questa vicinanza con il giornale significava difendere la libertà di espressione e di parola, anche a costo della vita, perché ognuno deve essere libero di esprimere il proprio pensiero, specie se con la satira.

Ipocriti.

Perché quelle stesse persone che per moda mettevano #jesuischarlie ora sono le stesse che combattono per far togliere l’Odissea dalle scuole o per far passare Gli Aristogatti come un’opera razzista e piena di stereotipi offensivi. Perché la moda cambia, e bisogna adattarsi per restare cool.

La copertina di “scuse” del giornale Charlie Hebdo, qualche tempo dopo la strage.

La fine è vicina?

Nonostante la costante crescita del politiccaly correct preoccupi alcuni,  credo in realtà che sia solo una bolla destinata a scoppiare. In primis perché, di questo passo, diventerà sempre più difficile esprimere il proprio pensiero, al punto tale che la gente si stancherà di seguire questo genere di ragionamento.

In secondo luogo, credo che il politically correct sia il proibizionismo del linguaggio e, come tale, è destinato a scomparire naturalmente. Perchè se dovremmo aver capito una cosa in questi anni, è che la censura non porta mai a niente di buono.

Per concludere, vorrei che passasse il messaggio corretto. Essere politically correct non è sbagliato, e ognuno è libero di credere e agire nel modo che ritiene migliore. Ciò che trovo inaccettabile è l’imposizione di una mentalità politicamente corretta a chiunque, perchè questo è, a mio avviso, la più grande forma di intolleranza. Vi lascio con una vignetta che spiega semplicemente il paradosso della tolleranza di Karl Popper, in modo da stimolare una riflessione intelligente sull’argomento.


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