Cine Trash – Robotropolis


Bentornati su Cine Trash: la rubrica sui film di serie B. Qui tratteremo tutti quei film trash che, nella loro bruttezza, sono diventati veri e propri capolavori del genere. L’episodio di oggi sarà dedicato a Robotropolis, film sui robot decisamente non riuscito.

Trama

Ci troviamo in un futuro non meglio specificato e la robotica ha fatto grandi passi avanti. In particolare, sull’isola di New Town ha sede la Mega National Industry, una compagnia petrolifera dal nome banale che ha integrato nel proprio personale degli automi. Soddisfatta di questa iniziativa, ha deciso di inserirli anche in ruoli pubblici come infermieri, poliziotti e negli uffici pubblici.

E perché no, anche come tabaccai.

Tutto va per il meglio nella ridente isola a Sud della Cina nella quale, per altro, in un’ora e mezza di film si vedono solo un paio di asiatici, mentre il resto della popolazione è americana. Ad ogni modo, dicevo che tutto va per il meglio fino a quando un robot, durante una partita di calcio, uccide un giocatore che lo ha provocato dandogli una testata. La scena viene ripresa da un TG nazionale e mette subito in apprensione la città, terrorizzata dall’idea di essere attaccata dai robot.

Infatti, non solo il giocatore di calcio, ma tutti gli automi impazziscono, assediando l’isola come se fosse Baghdad, per usare un paragone fatto dagli stessi protagonisti. Riuscirà il piccolo gruppo di reporter a salvarsi? E soprattutto, perchè dei robot pensati a scopo civile hanno dei fucili incorporati nelle braccia?

Io, (quasi) Robot

Il film dal quale prende ispirazione Robotropolis è chiaramente Io, Robot. Le tematiche distopiche di Asimov sono state qui riportate in modo assolutamente superficiale e banale, ma questo non è nemmeno il primo dei problemi.

I robot stessi, innanzitutto, sono fatti male. Non tanto nel design, sul quale possiamo anche sorvolare, quanto nei loro movimenti. Appena abbozzano corse o camminate è palese come non abbiano alcun tipo di contatto con le superfici sulle quali camminano, dando l’impressione di essere delle sagome che scivolano sui pavimenti e sui prati.

La sceneggiatura

Questa è forse l’aspetto peggiore di tutta la pellicola. Non un solo dialogo che abbia veramente senso, con scambi di battute così elementari che sembrano usciti da un cartone animato per bambini. Oltre alla stupidità dei testi, va menzionato anche un vago fondo di sessismo in almeno metà delle battute, sia da parte degli uomini che da parte delle donne. Più volte vengono menzionati gli uni e gli altri come esempi di stupidità, andando a creare delle gag da boomer sulla differenza di genere che non fanno ridere e che vi faranno odiare ancora di più questi personaggi banali, dei quali non ho intenzione di ricordare i nomi.

Come se non bastasse poi, in mezzo ad un’apocalisse robot, ci sono anche sotto-trame amorose di dubbio gusto che verranno lanciate in faccia allo spettatore. Queste non arricchiranno la trama ma, anzi, contribuiranno solo a ripetere le stesse battutine per tutta la durata del film, riempiendo quei momenti di buchi di sceneggiatura che costellano la pellicola.

Il piattume dei dialoghi si sposa alla perfezione con la completa apatia di ogni personaggio, incapace di reagire in modo naturale e spontaneo di fronte a qualsivoglia tipo di stimolo esterno. Muore un uomo? Calma assoluta. I robot hanno appena ucciso una bambina? Poco importa, andiamo avanti.

E, per citare una delle mie scene preferite, vorrei spiegarvi com’è morta la bambina di cui sopra. I protagonisti sono in un hotel invaso da macchine mortali e trovano una bimba. Per proteggerla la nascondono, da sola, dietro ad un bancale di legno, uno di quelli con le assi distanziate tra di loro e attraverso le quali è possibile vedere. Loro si allontanano per un attimo e quando tornano la bambina è scomparsa.
Si chiedono “come l’avranno trovata??”.
Forse perché era nascosta dietro una superficie che permette di vederci attraverso? Ma questo è un mistero che non troverà mai risposta.

La tecnologia

Menzione onorevole alla tecnologia usata dagli scienziati durante Robotropolis. Il nostro Elon Musk dei poveri, il proprietario della Mega National Industry, ripete più e più volte ai suoi sottoposti che devono trovare un modo per fermare gli automi. Loro, d’altro canto, gli replicano ogni volta che è impossibile e che sono assolutamente impotenti. Per dimostrare al capo la loro impotenza di fronte alla situazione, puntano il dito su vari schermi, come per far credere che li ci siano grafici e dati a supporto delle loro tesi.

Peccato che tutti gli schermi siano sempre spenti.

Purtroppo, l’immagine è in bassa qualità (come il resto del film d’altro canto), ma è palese il fatto che sullo schermo non ci sia proiettato nulla. Quello che hanno invece cercato di fare è sfruttare il riflesso della finestra per fingere che in realtà sia illuminato. Geniale. E questa soluzione artistica non è visibile solo in questa scena, ma in diversi momenti del film. Chissà, se li avessero accesi magari avrebbero capito come aggiustare i robot prima dell’apocalisse.

Per concludere, Robotropolis mi ha divertito ma, allo stesso tempo, irritato per una sceneggiatura scritta con i piedi e recitata anche peggio. Il mio unico desiderio ora è vederne il sequel, Battle of The Damned, con l’inossidabile Dolph Lundgren. Si, proprio lui, l’Ivan Drago di Rocky IV.

Stay Tuned.

Dove vederlo:


Radio Bicocca

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