Abbiamo ancora bisogno del cinema in bianco e nero

Alla scoperta di una tecnica tanto classica quanto innovativa.


Bianco e Nero

Una domanda che mi sono sempre posto è se, al giorno d’oggi, abbiamo ancora bisogno dei film in bianco e nero. La risposta è arrivata in modo del tutto inaspettato grazie a The Lighthouse, l’ultimo horror diretto da Robert Eggers. Guardarlo mi ha permesso non solo di avere ancora speranza nell’horror con la H maiuscola, ma mi ha offerto un interessante spunto di riflessione sull’importanza del bianco e nero nel cinema contemporaneo.

Spesso associato solo a film vecchi, forse non tutti sanno che questo stile è stato usato da tantissimi registi anche dopo l’avvento del colore. Béla Tarr, tanto per nominarne uno, ha realizzato tutti i suoi film con questa tecnica, in modo da trasmettere meglio il senso di solitudine e povertà delle sue strazianti storie. Uno su tutti, Il Cavallo di Torino.

Scena tratta da “Il Cavallo di Torino”.

Tornando a The Lighthouse, credo sia necessario spendere un paio di parole in più in merito. La storia, come intuibile dal titolo, riguarda un novizio che dovrà convivere con l’esperto guardiano del faro per quattro settimane. Quello che però nasce come un semplice lavoretto per guadagnare qualche soldo, presto si trasforma in un interminabile incubo.

Il film è sorretto unicamente dai due protagonisti Robert Pattinson e Williem Dafoe che, nel complesso, ci hanno regalato una delle migliori performance degli ultimi anni. Ma perché The Lighthouse è così importante per il cinema in bianco e nero? E soprattutto, perché ha ancora senso parlare di bianco e nero nel 2020?

Luce e tenebra

Aspetto scontato, ma forse nemmeno troppo, il contrasto tra luce e tenebra. In The Lighthouse la luce del faro rappresenta la conoscenza e la purezza, contrapposta alla vita fetida dei suoi guardiani. Una luce inarrivabile che, allo stesso tempo, costringerà i protagonisti a lottare per conquistarla, in ogni modo possibile. L’uso della luce nel film, inteso perlopiù come luce naturale o, al massimo, di lampade a olio, riesce a far risaltare la personalità stessa dei personaggi, illuminandoli nei momenti di saggezza e lucidità e, al contrario, oscurandoli nei momenti di rabbia e follia.

Williem Dafoe in “The Lighthouse”

Questa forte connotazione semantica della luce è da ricercarsi nel cinema espressionista della prima metà del ‘900. A differenza di quell’epoca, però, qui la scelta di usare questi colori è spontanea e non obbligata. Di conseguenza, l’attenzione ai dettagli e lo studio di ogni singola inquadratura lascia sbalorditi.

Nella storia del cinema moderno, un film che attua un ragionamento simile è Schindler’s List. Qui l’alternanza di luci e ombre non rappresenta conoscenza/follia quanto speranza/disperazione. In quel caso, infatti, la lotta non era per la conoscenza massima, ma per la salvezza dal genocidio in corso durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel capolavoro di Spielberg, in realtà, esiste un elemento colorato: il cappotto rosso di una bambina. Quello è un simbolo di speranza che, in un mare di disperazione, riesce ad emergere con tutta la sua potenza.

“L’Olocausto fu vita senza luce – ha dichiarato Spielberg in un’intervista – Per me il simbolo della vita è il colore. Per questo un film che parla dell’Olocausto deve essere in bianco e nero.”

Scne tratta da “Schindler’s List”

Rivivere la storia

Altro aspetto da non sottovalutare è la storicità del prodotto. Molti registi hanno deciso di utilizzare il bianco e nero per rendere il prodotto più storicamente credibile, basando la loro opera sul concetto di memoria collettiva. Se, ad esempio, pensiamo ai primi anni del ‘900, gli unici riferimenti che abbiamo per ricordare quel periodo sono pochissime foto in bianco e nero. La nostra memoria associa dunque a quel tipo di colori quel particolare periodo storico e, di conseguenza, girare il film in quel modo rende il tutto più vero.

Non a caso il film di Eggers riesce a riproporre dei marinai di fine 1800 e lo fa in modo assolutamente credibile. Anche gli stessi edifici ricalcano fedelmente quelli del tempo, prendendo come ispirazione non solo una vasta collezione di foto in bianco e nero dell’epoca, ma anche opere di artisti come Van Gogh e Hopper.

Scena tratta da Andrej Rublev

Altro film che sfrutta questa scelta cromatica per dare storicità è I Disertori, come già spiegato qui. Stesso discorso anche per Tarkovskij nel suo Andrej Rublev del 1966, incentrato sulla vita del celebre pittore e santo russo vissuto nel 1400.

Un ulteriore caso, ambientato però in un medioevo fittizio, è It’s Hard to be a God, di Alexei German. Film del 2013 e frutto di una vita di lavoro, riesce con uno sporchissimo bianco e nero a rappresentare il marcio di quell’epoca, tra fango, malattie e violenza. La scelta cromatica aiuta moltissimo ad immergersi del film, soprattutto perché in questo caso il mondo delle vicende è inventato, ed era necessario trovare un modo per renderlo più credibile. Inutile dire che il risultato è sensazionale.

Omaggio al passato

Un altro uso interessante di questa tecnica è, ovviamente, per omaggiare un altro periodo storico della cinematografia. Il film The Artist fa proprio questo, ponendosi come un moderno classico, un film contemporaneo che ricalca in tutto e per tutto i canoni dei film muti degli anni ’20. Questo, se da una parte può sembrare qualcosa di anacronistico, dall’altra nasconde non solo una profonda passione per il genere, ma un modo per far avvicinare il pubblico a qualcosa che, ormai, è dimenticata per sempre. Altra operazione fatta in questo senso è Frankenweenie di Tim Burton. L’idea di ispirarsi ai classici dell’horror non poteva che portare a questa scelta cromatica, abbastanza insolita per un cartone ma sicuramente gradevole.

Ultimo, ma non per importanza, Mad Max: Fury Road. Non tutti lo sanno ma l’acclamato film di George Miller è stato concepito per essere girato in bianco e nero. Il regista, infatti, ha sempre espresso la sua ammirazione per questo tipo di palette ma, per rendere il prodotto più appetibile al grande pubblico, si è optato per la versione a colori. Gli appassionati possono però vedere anche l’originale progetto in bianco e nero, denominato Black & Chrome, in alcune edizioni speciali in Blu-Ray.

Spaesamento e disagio

Abbiamo parlato prima di come il passato sia meglio percepito se rappresentato con i toni di grigio anziché a colori. E se invece si applicasse questa tecnica a contesti futuristici o surreali? Quello che si ottiene è un effetto straniante e, a volte, volutamente fastidioso.

In The Lighthouse ad esempio, senza fare spoiler, ci saranno alcune scene che trascendono la realtà, ponendo lo spettatore in una situazione di confusione e straniamento. È reale? È finzione? Non è facile capirlo, tanto più che gli effetti speciali riadattati al bianco e nero assumono una nuova accezione, quasi più reale di quanto non siano nella versione a colori della stessa opera.

Nella storia, anche altri film hanno usato lo stesso ragionamento. Eraserhead e Tetsuo, ad esempio, riescono nello spaesare lo spettatore proprio mescolando una tecnica “antica” con delle scene “moderne” che teoricamente poco hanno a che spartire le une con le altre. Questo senso di insicurezza e confusione è quindi la chiave per comprendere ed amare questo tipo di cinema.

Due film, invece, credo che rappresentino alla perfezione l’uso del bianco e nero per esprimere un forte disagio sociale: L’Odio di Mathiew Kassovitz e Control, il biopic sul frontman dei Joy Division. In entrambi i casi il contesto di periferia è ritratto con un triste bianco e nero che, oltre a riprendere il colore dell’asfalto e del cemento, riesce a farci entrare nella deprimente vita di due personaggi, tanto diversi nel comportamento quanto tormentati da simili demoni.

In sostanza, per rispondere alle domande iniziali, possiamo dire che abbiamo ancora bisogno del cinema in bianco e nero perché certe emozioni possono essere trasmesse solo in questo modo. L’uso del colore porta con sé numerosi vantaggi ma, paradossalmente, può far apparire le cose più finte e, quindi, meno intriganti agli occhi del pubblico. Su tutti, The Lighthouse è forse il film in bianco e nero che meglio è riuscito a sfruttare le potenzialità di questo mezzo, permeando di significato ogni inquadratura e permettendo allo spettatore di tornare ad appassionarsi a questo genere di cinema.

Di seguito, alcuni link utili:


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