Intervista | Dardust: “S.A.D Storm and Drugs, il mio viaggio attraverso la tempesta”

Venerdì 17 gennaio Dardust ha pubblicato il capitolo finale della sua trilogia di album


Dardust

S.A.D Storm and Drugs, pubblicato venerdì 17 gennaio, è il titolo del nuovo album di Dario Faini, in arte Dardust. Terzo capitolo della trilogia cominciata con 7 e con Birth, Storm and Drugs rappresenta l’equilibrio tra la sua anima classica e quella elettronica.

Dardust sarà anche protagonista del Festival di Sanremo 2020 in qualità di autore e produttore dei brani di Elodie, Rancore e Eugenio in Via Di Gioia.

Il tuo nuovo album Storm and Drugs ha un titolo che rimanda alla corrente dello Sturm und Drang, come mai questa scelta?

Perché durante la lavorazione del disco ero a Londra e mi trovavo in un momento particolare che ho vissuto come se fosse una tempesta sul lato personale ed emotivo: ero alla fine di una convivenza e poi c’era stato il terremoto ad Ascoli Piceno che aveva danneggiato e poi distrutto la casa dei miei che è stata infine demolita. Ho provato la sensazione di trovarmi nudo dentro ad una tempesta e quindi poi il claim del disco è diventato un po’ come entrare in una tempesta e uscirne vivi. Pensando a tutto questo mi venivano in mente due protagonisti, due alter ego in cui poi mi identificavo, uno era Werther, il protagonista de I dolori del giovane Werther, e l’altro era Mark Renton (n.d.r il protagonista di Trainspotting). Werther e Mark sono due personaggi frutto di finzione vissuti in epoche diverse che hanno entrambi sperimentato una sorta di tempesta e questo senso del sublime che è paura ed estasi ma in momenti storici diversi, uno collegato all’immaginario dello Sturm und Drang, l’altro alla generazione chimica. Questi due personaggi sono poi diventati i due estremi del disco e quindi da lì la declinazione Sturm und Drang che diventa Storm and Drugs, che è una sorta di divertissement sul nome creato anche in maniera un po’ dissacratoria, un po’ come mettere i baffi alla Gioconda, però il tutto è stato fatto in maniera molto leggera.

Nominavi appunto il senso della tempesta che è presente in tutti i brani dell’album, secondo te la tempesta è qualcosa di positivo dopo tutto o rimane un periodo solo negativo da affrontare?

No, è positivissimo, soprattutto se poi uno ne esce fuori come la versione migliore di se stesso e cambiando se stesso. È un po’ come essere Mark Renton che fugge con il bottino dell’esperienza e quindi con l’oro che questa tempesta ti lascia per modificare, migliorare te stesso e farne una versione 2.0 molto più equilibrata, indipendente e matura proprio come succede in Beautiful Solitude che è il brano di chiusura del disco in cui si parla di questa indipendenza, di questa solitudine meravigliosa che è il punto di arrivo e di ripartenza da cui poi cominciare a condividere nuove situazioni.

Questo album fa parte di una trilogia che è iniziata nel 2014 con 7, che cosa c’è in più o di nuovo in questo capitolo finale?

Sul lato musicale è sicuramente un disco molto più maturo nel senso che abbiamo trovato un modo per equilibrare due anime, quella più classica e minimalista e quella elettronica. Credo che ci sia stato un processo di maturazione sia della scrittura con episodi anche molto ambiziosi come Sturm II, brano più complesso e con molte modulazioni, sia del lato elettronico in cui c’è una cura del dettaglio, del sound design e dei synth molto più meticolosa. Rispetto ai primi due album S.A.D Storm and Drugs è sicuramente più maturo.

Nel brano Storm and Drugs che riprende il titolo del disco hai scelto di racchiudere la tua storia e la tua crescita da bambino fino ad oggi e l’hai fatto affidando il racconto alla voce di un bambino che pian piano diventa poi quella di un adulto, come mai questa scelta?

Mi sono ispirato ad un brano degli M83 contenuto nell’album Harry Up, We’re Dreaming, mi piaceva questa idea dello storytelling e di raccontare la mia storia quasi come se fosse una favola, però una favola in cui ci sono passaggi molto scuri in quanto vengono citati anche psicofarmaci e droghe. Tutto è sempre fatto in maniera quasi scorretta e dissacratoria perché mi piace portare rottura e sbottonare un po’ questo genere che spesso è molto abbottonato, infatti è per questo che ho definito questo brano la mia Born Slippy neoclassica perché ho portato un mondo più tradizionale su un territorio più moderno, più contaminato, più urban e sicuramente più coraggioso sotto tanti punti di vista.

A proposito di storytelling, le tracce contenute nell’album sono pensate per raccontare la tua storia quindi devono essere ascoltate nell’ordine in cui sono presentate oppure la tracklist riflette, ad esempio, la composizione dei brani?

L’album è tutto da ascoltare in ordine perché è un viaggio: si parte da Sublime che è il sentimento di base di tutto il disco, poi c’è Prisma che è una sorta di oggetto magico che tra l’altro Goethe utilizzava per studiare i colori che, secondo lui, erano prodotti proprio dall’incontro tra l’oscurità e la luce e infatti l’obiettivo del disco è proprio questo ovvero ritrovare i colori dopo un periodo in bianco e nero. Poi c’è Storm and Drugs che è la narrazione del disco, dall’infanzia al momento di rottura e fino alla riparazione, alla catarsi, alla vittoria finale. Rückenfigur sono io di spalle di fronte alla tempesta come nel quadro di Caspar Friedrich. Si prosegue con Without You e S.A.D. quindi la tempesta e la paura e poi la tempesta vista come la catarsi che porta, al termine del viaggio, alla Beautiful Solitude.

Parlando di Sanremo, quest’anno sei co-autore di tre brani in gara: Andromeda di Elodie (scritta con Mahmood), Eden di Rancore e Tsunami degli Eugenio in Via Di Gioia. Come sono nati questi brani e come cambia il tuo approccio alla scrittura-produzione di brani di generi così diversi e per artisti così diversi tra loro?

C’è sempre la mia parte di Dardust artista anche nelle produzioni dei brani di Rancore, soprattutto perché Eden è come se fosse un brano di Dardust su cui Rancore si è poi appoggiato. Il brano di Elodie è un territorio ancora più contaminato perché ci sono rimandi alla canzone italiana, c’è l’house degli anni 90, ci sono degli accenni della disco dance degli anni 70, è un bellissimo crossover, molto sorprendente e inaspettato oserei dire. Per il brano degli Eugenio in Via Di Gioia è come se avessi preso il new folk e l’avessi portato in un territorio ancora più contemporaneo. La sfida è sempre quella: prendere una corrente del passato codificarla, riattualizzarla e spostarla nel presente. Giovedì 6 febbraio sarò anche ospite con La Rappresentante di Lista durante la serata dei duetti e faremo, insieme a Rancore, una cover di Luce di Elisa che abbiamo riattualizzato portandola in un nuovo territorio.

Ci sono più similitudini oppure più differenze nel modo in cui nasce un brano strumentale di Dardust rispetto ad un brano che poi sarà cantato da un artista?

Ci sono sicuramente tante similitudini però in Dardust, dato che non è un genere che viene fruito dalle radio, c’è molta più libertà nella forma, nella sperimentazione e nell’uso dei suoni, nella struttura e nella dinamica, è tutto molto più libero e quindi lì non ho un contesto, non ho dei paletti, non ho un perimetro dove creare. Anche l’assenza stessa delle parole permette una diffusione molto ampia del brano che può così arrivare anche più lontano.

Il 30 gennaio inizierai il tour europeo, come saranno strutturati questi spettacoli? Ho letto che avrai anche dei laser harp come strumento.

Si ci sono varie trovate nuove perché mi piace sempre crescere su tutti i fronti. Sarà un live nuovo perché il repertorio è nuovo, però conterrà anche un riassunto dei live precedenti. Ci sarà sempre la divisione tra primo e secondo atto, la prima parte un po’ più intimista la seconda più rave però il tutto fatto con una produzione sicuramente più complessa e più strutturata rispetto agli anni passati.

Ringraziamo Dardust per la disponibilità, di seguito alcuni link utili per rimanere sempre aggiornati sulla sua musica.


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