More, il supereroe del noir pop


more

More è il progetto di un artista da poco arrivato sulla scena musicale con il singolo Vita d’artista. Il brano racconta di disillusione, fallimenti e passioni che si aggrappano al collo senza poterti più lasciare: in pieno stile con il genere noir pop a cui si lega il misterioso artista. Si è aperto un po’ con noi parlandoci della sua musica, dei suoi ricordi d’infanzia e dandoci qualche indizio sull’identità che si cela dietro il progetto More.

Chi è More?

More, sono io. È un progetto musicale che ha la caratteristica di non aver associato nessun nome. Ovviamente c’è, e c’è anche una persona, un’identità ben precisa. Ma l’idea del progetto è quella di emergere solo attraverso la musica. In quest’epoca di sovrastimolazione, di arti e artisti che mettono in gioco anche la loro vita privata tramite i media e i social network, mi piacerebbe che gli ascoltatori che arrivano in qualche modo alla mia musica mi ascoltassero solo perché ho trasmesso loro qualcosa. Lo identificherei così il progetto. Poi è ovvio che in ogni relazione artista – pubblico c’è un processo di conoscenza. Come questa intervista dimostra, in qualche modo mi piacerebbe piano piano svelarmi, più in là. Avere magari un contatto sempre più vicino con chi mi ascolta, ma non vorrei subito una sovraesposizione che un po’ svia da quello che è il mio concetto di musica e arte.

Ma questo alone di mistero è associato solo ad una strategia di
marketing oppure è anche un tuo tratto personale?

Non la vedo come una strategia di marketing, perché non paga tanto. Sì, ci sono degli esempi, ma sono eccezioni. Voglio sedimentarmi, cercare di arrivare piano piano, farmi scoprire per la mia musica. Sicuramente, questo è legato alla mia personalità: non amo tantissimo essere messo al
centro dell’attenzione, soprattutto per aspetti che non riguardano prettamente la mia musica. Mi piace mantenere una distanza personale con l’arte. Diciamo che, ironicamente, mi piace pensarmi come un supereroe che nella vita quotidiana è come tutti gli altri, ma quando c’è bisogno di lui si trasforma, e diventa il Cantautore.

L’emergenza è la musica e tu sei il supereroe, in questo contesto. Molto bella come metafora. Parlando di identità nascoste, il tuo nome d’arte, More, come nasce?

La genesi del nome è particolare. Il progetto ce l’avevo già in mente, però non riuscivo a trovare un nome che non fosse il mio per propormi.
Un giorno, l’estate scorsa, ero in viaggio e su un cavalcavia in autostrada ho visto di sfuggito una frase e l’unica parola che sono riuscito a leggere è stata “more”, che non so se fosse in inglese o in italiano, ma fatto sta che mi è piaciuta. L’ho vissuta come un’illuminazione, perché in Vita d’artista, che pensavo già di proporre come singolo, nella prima strofa cito le more. E in più, le more hanno un significato personale, perché legate ad un episodio della mia adolescenza che mi ha fatto entrare nella vita adulta. Mi ricordo che, quando ero adolescente, cercando di cogliere delle more in una strada della Puglia, caddi e mi infilzai la mano in un filo spinato. Questo episodio,
oltre a lasciarmi la cicatrice, mi ha lasciato anche una consapevolezza: bisogna avere un po’ di intelligenza e capire che certe cose possono essere fatte e altre no, ci vuole responsabilità.

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Un nome che calza a pennello, a quanto pare.

Sì, decisamente, dato che il nome è ambiguo anche per me, non sapendo se la scritta era in italiano o inglese. Anch’io non sono sicuro di me stesso, e l’arte serve ad esprimere dubbi, malesseri e disagi. Questa ambiguità non definita e razionalizzata, mi piace perché rispecchia un po’ il tentativo di conoscenza che passa attraverso l’arte.

Così non hai nemmeno confini, perché questa ambiguità ti permette di esplorarti anche in futuro…

Perfetto, è proprio questo il punto. La mia è una ricerca indefinita, che non so dove mi porterà.

La scelta del singolo di debutto è ricaduta su Vita d’artista uscito il 29 maggio scorso. È un pezzo che sa di realtà, anche amara. Com’è nata la sua stesura?

Diciamo che nasce da un momento di disillusione che spesso si affaccia nella vita di aspiranti artisti. Volevo mettere in una canzone tutta questa amarezza, ma renderla piacevole, in un certo senso. Fare di necessità virtù, possiamo metterla così. Esorcizzare la malinconia, sublimarla in arte,
anziché crogiolarmi. La canzone è nata di getto, in questo senso, come spesso mi capita. Mi metto alla chitarra e quel che sento viene fuori.
E così è nata anche Vita d’artista, due-tre anni fa.

Ho smesso di credere che solo credendoci sarei diventato un cantante”. È un passaggio molto interessante. Hai mai avuto momenti in cui hai pensato di accantonare la musica e dedicarti ad un’altra attività, magari con più sicurezze?

Hai colto bene. C’è un luogo comune in questa società occidentale, sul fatto che se tu credi fermamente in qualcosa e ti impegni in quella cosa lì, prima o poi riesci. E io non sono d’accordo su questo, non credo sia così, perché la vita non è fatta solo di impegno e volontà. Ci sono tante altre cose, coincidenze, fattori che non dipendono da noi, che spesso non fanno andare le cose come tu vorresti che vadano. Più di una volta ho pensato di accantonare la musica, a volte anche drasticamente. Pensavo che se questa cosa non va, vuol dire che non deve andare. Chiudo tutto, cosi non soffro, come in una storia d’amore. Perché alla fine la passione per la musica e l’arte è come una storia d’amore. Se ami così tanto una cosa, ma vedi che dall’altra parte non vieni amato come ami tu, preferisci chiudere, non pensarci più e fare altro. Però è chiaro che quando la passione è forte, torna a galla. Ed è un vivere tra alti e bassi. Non vivo di musica, sono anni che ho accettato la cosa e faccio anche altro. Poi il futuro non so cosa mi riserverà, anche se ho sempre avuto la speranza di vivere di musica.

La tua passione per la musica è chiara. Hai degli artisti a cui ti ispiri?

Ce ne sono tantissimi. Vari ascolti che ho immagazzinato nel corso degli anni e che mi hanno formato. Sicuramente Syd Barrett, il fondatore dei Pink Floyd, che ha fatto esibizioni incredibili. I Nirvana, che la mia generazione ha vissuto in pieno. Poi c’è il mio idolo di infanzia, Michael Jackson, che apparentemente può discostare dai primi due, ma in realtà no, perché credo che la musica non abbia confini e che l’ascolto di cose diverse sia utile per crescere musicalmente. Per me non c’è un genere di riferimento.

In ambito italiano c’è qualcuno?

Sì, assolutamente. Ho ascoltato molta musica italiana, soprattutto nell’adolescenza, quando ho fondato la mia prima band, a 15 anni.
Si rifaceva al sound di Seattle degli anni ’90, ma in Italia c’erano riferimenti che ammiravo e non potevo ignorare, come gli Afterhours e i Verdena.

Quali sono i progetti futuri per More?

Mi piacerebbe portare avanti il progetto More e fare un disco. Io sono molto legato alla dimensione del disco fisico più che alle canzoni singole, liquide. Preferisco portare avanti un album nella sua forma completa, con canzoni che sono diverse l’une dalle altre. Io ho molte anime, anche in base agli ascolti che ti dicevo, e quindi vorrei proporre un progetto completo che dia spazio a tutte le sfaccettature della mia personalità musicale. Di sicuro, a settembre uscirà un nuovo pezzo, che è molto diverso da questo, è un’altra sfaccettatura del mio progetto. Sarà un brano più ombroso, più oscuro. Rientra nel genere musicale che ho denominato noir pop, che vuole trasmettere questa oscurità dell’animo, questa malinconia, senza però prescindere dalla melodia, dal pop.

Indicativamente, quando vedrà la luce questo album?
Sicuramente, non prima del 2021.

Non ci resta che attendere insieme settembre e il 2021 per le nuove uscite di More e, chissà, avere più dettagli su chi si cela dietro al progetto. Per adesso, sappiamo che è legato al noir pop, ha fondato una band a 15 anni e le more gli ricordano un particolare della sua infanzia.

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Davide Romano

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