Storia delle parolacce: la recensione della docuserie


Storia delle parolacce è una delle prime produzioni originali Netflix del nuovo anno. Si tratta di una serie tv in 6 puntate della durata di 20 minuti ciascuna. Gli episodi sono online sulla piattaforma streaming da martedì 5 gennaio. Lo spirito della serie tv si divide equamente tra documentario ed evento comico. Ognuno dei sei episodi tratta la storia e l’evoluzione di una specifica parolaccia inglese dalla prima comparsa fino al significato che tale parola assume ai nostri giorni. Si comincia con fuck e si chiude con damn. Il vero punto di forza non può che essere il grande protagonista di Storia delle parolacce. No, non il turpiloquio ma l’attore che introduce le puntate e fa da presentatore in giacca e cravatta seduto su una poltrona di un salotto: Nicolas Cage. Vediamo insieme gli aspetti che ci sono piaciuti di più e quelli che ci sono piaciuti di meno della nuova docuserie Netflix.

I primi secondi del trailer ufficiale vi invoglieranno già a iniziare la serie.

Perché guardare Storia delle parolacce

Il primo motivo ve l’abbiamo già anticipato: la presenza di Nicolas Cage come presentatore. I suoi continui problemi economici e giuridici negli ultimi dieci anni lo hanno spinto ad accettare ruoli in film di dubbio gusto, per non dire proprio film trash. (Ah, a proposito, cogliamo l’occasione per consigliarvi la nostra rubrica Cine Trash). Molto celebre è l’aneddoto in cui l’attore racconta di aver comprato all’asta un teschio appartenente a un dinosauro, sfilandolo tra l’altro a Leonardo DiCaprio. Ma il buon Nicolas Cage è sicuramente un attore dalle grandi doti e queste emergono tutte nella sua interpretazione in Storia delle parolacce.

Nel ripercorrere la storia di queste sei parolacce inglesi emergono alcune chicche davvero interessanti e sconosciute ai più. Pensiamo ad esempio alla cantante blues afroamericana Lucille Bogan, attiva soprattutto negli anni ’20 e ’30 dello scorso secolo. La Bogan fu inoltre una delle prime voci a venire registrate. Alcuni dei suoi testi, sessualmente espliciti, farebbero scalpore nel 2021. Figuriamoci le reazioni scatenate quasi un centinaio di anni fa, per di più considerando che questi testi erano cantati da una donna afroamericana. Non possiamo che complimentarci per il coraggio. La serie regala tante altre chicche come queste ma vi lasciamo il privilegio di scoprirle da soli mentre guarderete gli episodi.

Un altro punto di forza di Storia delle parolacce è rappresentato sicuramente dall’inserimento negli episodi di alcune scene proveniente da diversi film in cui si fa uso di turpiloquio o di espressioni ingiuriose. Tra le altre abbiamo il grande Samuel L. Jackson in Pulp Fiction e la scena finale di uno dei primi capolavori cinematografici di sempre, Via col vento.

Perché non guardare Storia delle parolacce

Gli episodi non sono doppiati in italiano e questo potrebbe scoraggiare chi non ama guardare i prodotti televisivi in lingua originale. Per questa serie però non poteva essere altrimenti. È basata sulla storia di alcune parole inglesi e doppiarla avrebbe completamente stravolto il copione. Se la si guarda coi sottotitoli in italiano e non in inglese, si nota subito come una singola parolaccia inglese possa essere tradotta nella nostra lingua in tantissimi modi diversi a seconda del contesto. Questo non è un vero e proprio punto di debolezza della serie ma potrebbe esserlo per chi non è intenzionato a vedere la serie in inglese.

Come detto, le sei parolacce sono anglosassoni e quindi hanno poco a che fare con la nostra cultura. Per noi italiani sarebbe sicuramente stato più interessante vedere sei episodi che trattavano sei diverse espressioni della nostra lingua. Oltre a lanciare l’idea a qualche produttore italiano per una Storia delle parolacce in salsa tricolore, sconsigliamo la visione a chi non è interessato alla cultura anglosassone e a quella americana.

Tiriamo le somme

Dovreste guardare Storia delle parolacce? La risposta non può che essere univoca: . È comunque un documentario che ci fa scoprire un sacco di informazioni nuove e interessanti. Per di più strappa anche qualche risata, che soprattutto in questo periodo non fa mai male. Inoltre, la durata degli episodi è giusta: non sono né troppo lunghi né troppo corti. Trattano a fondo l’argomento di cui si occupano e non annoiano. Venti minuti sono ottimi anche per ritagliarsi una pausa dallo studio in questa dannata sessione invernale. Se ancora non avete visto Storia delle parolacce, fatelo.


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Matteo Piana

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