Intervista | Francesco “Maestro” Pellegrini: “Quando si scrive ci deve essere sempre un’urgenza”

Una piacevole conversazione sulla carriera solista, gli Zen Circus e l'attuale situazione di crisi dei musicisti in Italia


Francesco “Maestro” Pellegrini è un musicista di eccezionale talento e uno studioso devoto; ha studiato numerosi strumenti, tra cui il fagotto e il saxofono a Livorno. Fondatore dei The Walrus e chitarrista dei Criminal Jokers (da cui proveniva anche Motta), nel 2017 è entrato a far parte degli Zen Circus, con i quali ha inciso l’album Il fuoco in una stanza e ha partecipato a due edizioni del Concerto del Primo maggio a Roma (nel 2018 e nel 2019), nonchè al Festival di Sanremo nel 2019 con la canzone L’amore è una dittatura. Numerosissime inoltre le sue collaborazioni con altri artisti.

Nel 2020, esordisce come artista solista con l’album Fragile, mostrando al pubblico per la prima volta la sua sensibilità. In occasione dell’uscita del secondo volume (il primo volume è stato pubblicato il 7 luglio) della sua opera solista avvenuta l’11 settembre e in contemporanea con la pubblicazione del nuovo singolo degli Zen Circus Appesi alla luna, lo abbiamo raggiunto telefonicamente per poterlo intervistare.

Ciao Francesco, innanzitutto grazie per la disponibilità. Partiamo con la prima domanda: cosa ti ha spinto a decidere di intraprendere un percorso solista?

Mah, guarda, qualche anno fa ho capito che forse avevo l’ultima chance per far vedere ed esprimere anche quella che è la mia vena compositiva diciamo a livello cantautoriale, in quanto negli ultimi anni infatti ho avuto la fortuna di lavorare molto come musicista, mettendo però da parte questo altro lato della mia personalità che in realtà c’è da tempo. Io ho scritto un brano nel primo disco dei Criminal Jokers per esempio, ma in quel periodo avevo anche un’altra band, The Walrus, nella quale scrivevo io. Poi, per impegni vari che si sono succeduti ho messo un pò da parte questa cosa e come dico in A volte ti capisco, “Un sacco di parole lasciate dentro un soffio“, “Ho perso la voce o l’ho messa in un cassetto”, la canzone parla un pò di questo insomma. A 33 anni, in un periodo particolare della mia vita, ho capito di avere questa forte esigenza e allora ho iniziato a scrivere e ho sentito che quello che mi stava venendo fuori era quello che veramente avevo dentro. C’era un contatto particolare con me stesso che secondo me è importante quando si ha appunto la pretesa di scrivere…quindi mi sono messo lì e ho scritto nove brani che poi ho deciso di produrre con Andrea Pachetti e dopo due anni abbiamo finito il disco (ride). Sicuramente è l’inizio di un percorso, infatti ci sto prendendo gusto e sto scrivendo altri brani. Sicuramente c’era un’urgenza, e quando si scrive ci deve essere sempre un’urgenza secondo me: la mia c’era, ed era quella di raccontare me stesso, cosa che non avevo mai fatto.

Immagino comunque che entrare negli Zen Circus ti abbia portato via molto tempo,come dire: la tua vena compositiva è stata rinchiusa in quel cassetto di cui parli in A volte ti capisco.

Guarda, più che gli Zen, citerei anche altri impegni, come il conservatorio per esempio (io ho frequentato infatti per molto tempo il conservatorio di Livorno), la mia collaborazione con Nada negli anni precedenti, altri impegni come turnista. Gli Zen sono stati da una parte un impegno grossissimo, ma dall’altra mi hanno anche un po’ scosso emotivamente, quindi sicuramente mi hanno aiutato a realizzare di avere questo mio bisogno. In parte l’ingresso negli Zen mi ha anche stimolato a fare questa cosa, perché mi ha fatto vedere quanto è bello raccontare la propria vita e le proprie esperienze agli altri.

Diciamo che è stata una combinazione fortuita che ti ha portato a scrivere queste nuove canzoni

Sì sì, è stata una convergenza di eventi: un momento particolare della mia vita personale e professionale e una casa di Livorno, nella quale ho scritto tutto il disco e in cui ho vissuto per due anni in affitto. La proprietà era di Paolo Virzì, un posto molto da artisti, sul tetto di un palazzo con una vista incredibile e un pianoforte; lì mi sono aperto come non mi era mai capitato prima e quindi mi sono venute queste canzoni che era obbligatorio a quel punto che prendessero vita.

Fragile Vol. 1 si caratterizzva per la presenza di ospiti del calibro di Giorgio Canali, Lodo Guenzi e Andrea Appino. In questo secondo volume invece sei solo tu protagonista delle canzoni: da cosa deriva questa scelta?

In realtà Fragile sarebbe dovuto uscire in un disco unico l’8 maggio, soltanto che in quel periodo non c’era neanche la possibilità di stampare i dischi. Lo dico perché a volte non ci rendiamo del tutto conto del momento che abbiamo passato e che stiamo passando. Con l’etichetta discografica Blackcandy quindi abbiamo deciso di dare la possibilità agli ascoltatori di scoprire la mia musica e inizialmente abbiamo deciso di pubblicare appunto le prime quattro tracce. A quel punto era necessario trovare una formula e abbiamo deciso di dividerlo in due volumi, il primo è uscito il 7 luglio e il secondo l’11 settembre. C’è stata la volontà di mettere nel secondo volume le canzoni senza gli ospiti per mettere un po’ più a fuoco la mia personalità, mentre nel primo volume ci sono appunto gli amici, Lodo Guenzi, Giorgio Canali e Andrea Appino, persone a cui tengo moltissimo. Il tutto si completerà il 30 ottobre quando Fragile uscirà finalmente anche in formato fisico e Cd; oltre a queste otto tracce ci sarà una nona traccia che ancora non è stata pubblicata da nessuna parte, neanche in digitale, che presenterà un altro ospite.

Fragile Vol. 2 rispetto al precedente volume presenta sonorità elettroniche con qualche incursione di strumenti più convenzionali (per esempio il fagotto nella coda di Smettere, pezzo che ho apprezzato molto). Cosa ha influenzato la scelta di queste sonorità? Per quanto tu stesso abbia detto che sia un unico album, le due parti suonano in maniera piuttosto differente.

L’idea alla base del disco è quella di trovare una produzione che riesca a mescolare strumenti acustici (nel disco infatti ci hanno suonato 11 musicisti, c’è un sax baritono, c’è una tromba, ci sono dei violoncelli, il violino, c’è un pianoforte, c’è pure mia sorella che fa dei cori, ci sono delle percussioni eccetera) inseriti in un contesto moderno. Quindi non ci siamo sicuramente sottratti all’uso dell’elettronica, che comunque io reputo un genere ormai assolutamente contemporaneo e dal quale non si può prescindere secondo me per creare sonorità quanto meno che siano in qualche modo nuove, basta saperla usare e farne un uso corretto. Diciamo che mi sono rifatto a Everyday Robots di Damon Albarn come produzione, quindi l’indirizzo è quello, ovvero creare un ibrido tra un sound elettonico e un sound più acustico. Il fagotto non poteva mancare, in quanto è lo strumento che ho studiato di più in assoluto anche se sono polistrumentista e ci tenevo che fosse presente, anche perchè Smettere parla proprio di un momento di crisi mio personale nel quale sto decidendo se lasciare gli studi oppure no, quindi quel brano in particolare parla di questo rapporto con lo strumento. C’è anche l’idea di raccontare quanto sia totalizzante lo studio classico degli strumenti, quindi di “Smettere di vivere solo per me”, perché alle volte veramente ci si isola da tutto e da tutti quando si vuole raggiungere risultati importanti con quegli strumenti antichi insomma (ride) e il fagotto è abbastanza difficile. Mi sembrava giusto chiudere quindi la traccia, ma anche il disco in questo modo, Smettere sarà infatti l’ultima canzone del disco oltre a chiudere il Vol. 2.

Io penso che Smettere sia una traccia di chiusura perfetta. Per quanto riguarda il processo di scrittura e composizione, i due volumi sono stati concepiti nello stesso momento oppure si è trattato di un procedimento separato? Tu hai comunque affermato di averli composti in questi ultimi due anni.

Grazie, grazie. Allora, in realtà sono stati concepiti insieme, per esempio A volte ti capisco è il secondo brano che ho scritto del disco. Il primissimo brano che ho scritto è quello che non è ancora uscito (ride), mentre l’ultimo è Cent’anni, quindi sono molto mischiati i due volumi in realtà. Visto che abbiamo dovuto riprogrammare tutto, abbiamo deciso di mettere nel Vol. 1 i brani con gli ospiti e nel Vol. 2 quelli senza, quindi questa è stata una scelta successiva.

Per curiosità, le registrazioni sono avvenute prima della quarantena?

Sì sì, le registrazioni sono avvenute nell’arco di tempo di circa 2 anni (ovviamente non tutti i giorni). Io avevo scritto tutti i brani con piano e voce, quindi potrai immaginare tutto il lavoro di riarrangiamento e anche di trovare una sonorità che fosse mia, era il mio primo disco, quindi non era ancora chiarissimo all’inizio la sonorità che sarebbe poi scaturita. Soprattutto sui primi brani abbiamo lavorato molto, abbiamo fatto e disfatto continuamente: Boxe per esempio ho provato ad arrangiarla più di una volta. È stato un lavoro lungo e comunque alla fine sono molto soddisfatto di come è andata, c’è voluto tempo; adesso ad esempio sui brani nuovi che sto scrivendo, viaggia tutto molto più velocemente.

Immagino che ne sia valsa la pena.

Sì sì, ne è valsa la pena anche a livello personale, anche perché penso che le canzoni siano un ottimo mezzo per raccontare se stessi e per riflettere su una collettività e anche su una serie di tematiche e problematiche collettive.

Hai intenzioni di portare dal vivo la tua opera solista con una formazione al completo? So che hai tenuto alcuni concerti solo con chitarra e voce.

Sì, io sono riuscito per fortuna a tenere qualche concerto purtroppo in solo, però vabbè, un po’ perché un concerto con una batteria rock su una situazione come quella che stiamo vivendo non me la sentivo di farlo, ecco…secondo me c’era bisogno di maggior raccoglimento e semplicemente di un ascolto reciproco col pubblico. Non ho voluto quindi portare la band, era anche comunque troppo complicato, e allora sono riuscito comunque a presentare le canzoni con chitarra e voce e sto continuando a farlo (trovate le mie date su locusta.net, che è la mia agenzia di booking) e farò altre date almeno fino a dicembre. Spero sicuramente poi di riuscire a riproporli in versione band, purtroppo il mondo nostro è tutto in divenire, navighiamo a vista, non ti saprei dire il periodo ma sicuramente lo farò. Magari i miei nuovi brani verranno eseguiti in un secondo momento quando ci sarà un altro disco con la band, probabilmente riuscirò a farli sentire già in primavera. Si vedrà…

Si vedrà…riguardo a questa tematica volevo appunto domandarti: l’emergenza sanitaria ha messo in ginocchio il settore della musica dal vivo e di tutti i musicisti e gli operatori dello spettacolo. Come ha influito su di te questa condizione?

Guarda, l’impatto è stato fortissimo e…vedremo i danni anche nei prossimi mesi. Un sacco di locali non stanno più riaprendo.

A Milano per esempio hanno chiuso l’Ohibò e il Serraglio, i quali sono stati in questi anni dei punti di riferimento per un certo tipo di musica..

Esatto…è proprio così. Tantissimi locali hanno scelto di non riaprire per il momento e alcuni non riapriranno più. Quindi il settore è stato sicuramente molto colpito; io stesso sia come persona sia come artista accuso un brutto colpo, anche se per fortuna nella mia situazione sono riuscito a fare qualche concerto. Per i veri artisti emergenti (io sono emergente sì, però sono già conosciuto come musicista) questo è un momento terribile, anche perché ci sono dischi fermi che magari sono stati concepiti in anni di lavoro e che adesso non riescono ad avere nessun tipo di riscontro, in quanto l’attenzione è tutta puntata sull’emergenza sanitaria e peraltro c’è proprio una questione organizzativa e logistica che non permette agli artisti più piccoli ed emergenti di sostenere quello che è un tutto emozionale di un primo tour diciamo. La cosa che mi auguro è che questa situazione finisca prima della prossima estate perchè un’altra estate come questa per noi non è possibile.

Assolutamente, qui in Italia vivere di musica è veramente difficile, i musicisti non sono tutelati abbastanza.

Certo…mah, non so come funzioni negli altri paesi, mi giungono voci di grandi contributi dati agli artisti in Germania, io questo non lo so (ride). Non mi ci soffermo troppo perché onestamente non mi sono informato. Il nostro settore è stato più colpito perché se si fossero affrontati una serie di problemi precedenti, come anche quello della sanità e di altri settori…spesso in Italia si tende a nascondere la polvere sotto il tappeto e poi ad un certo punto ci vengono gli scarafaggi. Sicuramente il nostro lavoro è tutto in mano alle persone, lo Stato e il Governo spesso preferiscono finanziare i teatri giustamente, la musica classica, sicuramente non la nostra musica.

Purtroppo ti devo dare ragione…

Sì, la Siae ha fatto qualcosa ultimamente, qualche bando, però ecco, non sono cose diciamo radicali.

Cambiando completamente argomento, oggi (2 ottobre, data dell’intervista, ndr) è uscito il nuovo singolo degli Zen Circus Appesi alla luna. Ho avuto modo di ascoltarlo e devo dirti che mi è piaciuto! Come è stata concepita questa nuova canzone? Farà parte di un possibile nuovo album?

Ehm.. questo non so se te lo posso dire (ride). Ti posso dire come è stata concepita. Il testo è di Andrea (Appino, ndr), i testi degli Zen sono tutti suoi, non ho partecipato alla scrittura del testo ma ho partecipato invece alla registrazione e alla parte di arrangiamento, quindi ho contribuito in questo senso, per il resto devi sentire lui! (Ride) Io sono molto contento, è un pezzo che mi piace tantissimo e reputo Andrea una delle migliori penne degli ultimi anni. Oltre ad essere un amico e un fratello, lo stimo molto.

Direi che l’intervista è conclusa, volevo ringraziarti ancora per la disponibilità, è stata una conversazione molto piacevole! Spero di aver modo di ascoltare al più presto l’album completo e magari di vederti in giro in qualche concerto!

Grazie a te, veramente, è stato un piacere!


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